Conrad Black schiaffeggia Obama, opaco gestore dell’erosione americana
Per Conrad Black la storia non è governata dalla necessità. Non ci sono ciclicità ineluttabili né tendenze da “fine della storia” di Francis Fukuyama, il politologo che dopo il collasso dell’Unione sovietica ha teorizzato l’assestamento progressivo del mondo sul modello liberale e capitalistico. Ci sono uomini singoli che prendono decisioni irriducibili a pattern osservabili dal satellite della storia. E’ questa la tesi che innerva il suo ultimo libro, “Flight of the Eagle”, una storia strategica degli Stati Uniti introdotta dall’amico di una vita, Henry Kissinger.
6 AGO 20

New York. Per Conrad Black la storia non è governata dalla necessità. Non ci sono ciclicità ineluttabili né tendenze da “fine della storia” di Francis Fukuyama, il politologo che dopo il collasso dell’Unione sovietica ha teorizzato l’assestamento progressivo del mondo sul modello liberale e capitalistico. Ci sono uomini singoli che prendono decisioni irriducibili a pattern osservabili dal satellite della storia. E’ questa la tesi che innerva il suo ultimo libro, “Flight of the Eagle”, una storia strategica degli Stati Uniti introdotta dall’amico di una vita, Henry Kissinger. Sono gli uomini e le loro decisioni ad aver forgiato la grandezza dell’America, un “paese che è eccezionale per la potenza e la prosperità e perché ha messo al centro del suo modello di società il diritto alla ricerca della felicità”, dice Black al Foglio; allo stesso modo sono gli uomini e le loro decisioni (e indecisioni) che hanno portato l’America alla “più grande erosione di potere della storia recente”. La gestione della crisi siriana da parte di Barack Obama è l’emblema esiziale di questo vuoto di leadership, “una drammatica farsa”, come la chiama Black, inscenata da “un presidente incompetente e oscuro, guidato da logiche impenetrabili”.
Il magnate canadese parla con la voce rotta dell’amante tradito. Negli Stati Uniti aveva scommesso la sua fortuna costruita in Canada e fiorita in Gran Bretagna, in eterna competizione con lo Squalo Rupert Murdoch, fiero avversario nella battaglia dei media. In cambio ha ricevuto un processo in pompa magna per truffa in cui si fiutava fin dall’inizio il fumus persecutionis. Il suo impero è stato spolpato e il nome coperto di fango; ha passato due anni e mezzo in un carcere della Florida prima che i giudici accertassero la maliziosa inconsistenza del teorema giuridico che aveva portato alla condanna; è cominciata allora una lenta riabilitazione, accompagnata però da un ultimo schiaffo: trent’anni di esilio dagli Stati Uniti.
Conversando con il Foglio dalla sua casa di Toronto, Black mette in prospettiva le giravolte politiche che hanno portato l’America dall’ipotesi dell’attacco contro Bashar el Assad a una vischiosa trattativa diplomatica guidata da un Vladimir Putin diventato primo attore sul proscenio internazionale: “La situazione è imbarazzante. Obama non ha nessuna esperienza in politica estera e non ha la ‘moral clarity’ né il coraggio di Bush. E’ un maestro dell’improvvisazione e del calcolo, un leader sfuggente che si muove secondo uno schema opaco. Per chiunque è difficile spiegare il senso della sua logica. Io credo sia prigioniero di un eccesso di fiducia in sé. Credeva, anche in nome del fatto che è il primo presidente nero, di poter riuscire dove tutti i suoi predecessori hanno fallito. Credeva di poter infondere a suon di discorsi l’armonia nel mondo arabo, affermando implicitamente che tutti quelli prima di lui non avevano capito nulla del mondo, mentre lui avrebbe potuto mettere d’accordo chiunque. Il triste spettacolo della debolezza americana, trasmessa per contagio a tutto l’occidente, è la conseguenza di questo eccesso di confidenza, perché quando le grandi visioni pacificanti non si sono realizzate Obama si è ritrovato senza idee e senza leve politiche. E’ normale che arrivi qualcun altro a fare il lavoro che non è in grado di fare”.
La retrocessione del potere americano non è un fenomeno irreversibile, ma “viste le condizioni ci vorrebbe una resurrezione di Lazzaro”, oppure “una decisiva svolta nella leadership”, dice Black. “Ho incontrato tutti i presidenti americani dopo Kennedy, e alcuni li ho conosciuti piuttosto bene. Da tutti ho ricavato l’impressione che avessero un’idea chiara della direzione che il paese doveva prendere e si circondavano di consiglieri competenti per realizzarla. Di Obama non sappiamo nulla. E i consiglieri, beh, se scegli John Kerry come capo della diplomazia cosa vuoi aspettarti? Un minimo senso di decenza avrebbe dovuto suggerirgli di dimettersi quando Obama ha scelto di trattare con Putin, smentendo di fatto la sua denuncia dell’oscenità morale del regime di Assad”.
Aneddoto. “Dopo un incontro del Bilderberg ho passato una serata al casinò con Bill Clinton, non certo il presidente preferito per un conservatore come me. Abbiamo parlato tutta la sera e sono rimasto impressionato: aveva idee su tutto, padroneggiava i meccanismi di governo, aveva la visione ideale il polso del leader”. I leader fanno la leadership. E’ sempre stato così nell’America tinteggiata di visioni millenariste ma governata a suon di precetti solidi e realisti dai Jefferson, dai Washington e dai Lincoln, infaticabili operai della grandezza americana. “Non dico che l’America sia perfetta. Ho sperimentato sulla mia pelle i difetti del sistema, la corruzione, l’ingiustizia, i lati oscuri del suo potere, ma l’America ha anche gli strumenti per riformarsi. E di solito le riforme le fanno i grandi leader: speriamo che nel 2016 ne venga fuori uno”.